Vincenzo Leonardi

Biografía

Vincenzo Leonardi (Nápoles, Italia, 1996). Egresado y máster en Lenguas y Literaturas Europeas por la Universidad de Nápoles “Federico II”; se especializa en Lengua y Filología hispánica y en Traducción literaria dirigido a las editoriales. Actualmente es doctorando en Filología en la Universidad de Nápoles “Federico II”. Ha publicado el poemario La notte sulle spalle (Controluna, 2022) y algunos de sus poemas han aparecido en revistas como Águila del Cáucaso, Azogue y Campos de plumas.


Soledad, hermana azul

Amo la mar cuando todos están
muertos.

                     La tabla se agita
con la cola de la anguila,
con la anguila
que, como una bisagra,
cierra los huecos
de las voces solapadas.

                     Con el collar
atando las sombras de las islas,
se complace el horizonte
en leer el final de una historia
sacrificada

                        al Ostro.
Es demasiado pronto para soldar
la tapa del sepulcro,

para depositar
la ceguera de la pluma.

La cola se ha vuelto cara.
Ahora la anguila
sale del agua
y agarra mi brazo

y lo muerde
—profundidad traspasando
despacio
               el latido de la carne—
hasta que se ahogue
como punto final
de una frase
que ya se ha vuelto demasiado larga.

Aún me queda un beso
que debo devolver, mientras observo
a la gaviota dejándose guiar
por las estelas de espuma.

La tabla se ha apaciguado
para que encienda las velas
con el azul del cielo,
para que recuerde el silencio,
las secuelas del yo
flotando
              en una paciencia de agua fría.

Solitudine, sorella azzurra

Amo il mare quando sono tutti
morti.

             La tavola si agita
con la coda dell’anguilla
con l’anguilla
che, come una cerniera,
chiude gli spazi
delle voci accavallate.

                 Col monile
che unisce l’ombra delle isole,
si compiace l’orizzonte
di leggere la fine di un capitolo
sacrificato

                        all’Ostro.
È ancora troppo presto per saldare
il coperchio del feretro,

per riporre
la cecità della penna.

La coda diventa un volto.
Ora l’anguilla
esce dal branco,
assalta il mio braccio
e lo morde
—profondità che cammina a tentoni
sulla carne—
                       fino a strozzarlo
come punto conclusivo
di una frase
diventata troppo lunga.

Mi resta ancora un bacio
da dover ricambiare, mentre osservo
il gabbiano lasciarsi trasportare
dai sentieri schiumosi.

La tavola si è placata
perché l’anima accenda le candele
con l’azzurro del cielo,
perché commemori il silenzio,
quegli strascichi di me
che ondeggiano
                           in una calma d’acqua fredda.

Trashoguera

Paso cerca del fuego
y me olvido del aire que está siempre
de viaje.
Veo que aún grita el calor,
un calor que espera detrás de las
cenizas
               y no amenaza,
un calor que es equilibrio
en la chimenea,
un calor que es como
                               un equilibrio
donde la llama descansa
            y enlaza

la violencia y la dulzura
de los que han compartido en la piel
el rocío y la madera desnuda.

¿Por qué tanto desprecio
si es maravilloso verte?

Esa llama escondida
es tu brazo cansado
y me mira con la pesadumbre
de un primer placer,
de un placer cavado
que invade tu respiro
y precede el universo.
En el rincón de tu brazo,
vendando el pecho
de la otredad,
                       te revelas gitana
como el primer día
cuando juntos forjamos
un ritual de amor
con la combustión
de nuestras aguas.

(Llama escondida de la noche
o la mañana,
es el soplo de dos seres
queriéndose en el recuerdo
y en el sueño
                       y en el infierno).

No logro dormir.
Cierro la ventana,
                               te miro,
                                              estás

con mi sombra pesada,
tumbada
en la placidez de algodón,
y el rancor ha dejado de ser cuerpo.

Trashoguera

Passo vicino al fuoco
e mi dimentico dell’aria sempre
in viaggio.
Vedo che grida ancora il calore,
un calore che aspetta sotto le
ceneri
            e non minaccia,
un calore che è equilibrio
all’interno del camino,
un calore come
                           un equilibrio
dove la fiamma riposa

         e congiunge

la violenza e la dolcezza
di chi ha condiviso sulla pelle
la rugiada e il legno spoglio.

Perché tanto disprezzo
se è magnifico vederti?

Quella fiamma nascosta
è il tuo braccio stanco
e mi osserva con la gravità
di un primo piacere,
di un piacere scavato
che invade il tuo respiro
e precede l’universo.
In quell’angolo di braccio,
che benda il torace
dell’alterità,
                     ti riveli gitana
come il primo giorno,
quando insieme forgiammo
un rituale d’amore
con la combustione
delle nostre acque.

(Fiamma nascosta della notte
o del mattino,
è il fiato di due esseri
che si amano nel ricordo,
nel sogno
                 e all’inferno)

Non riesco a dormire.
Chiudo la persiana,
                                ti guardo,
                                                  sei
con la mia ombra pesante,
distesa
sulla placidità di cotone,
e il rancore ha cessato di esser corpo.

Acqua staminale

Devo bagnarmi la nuca.

La nuca
ha ancora le incrostazioni
di resti
             di sguardi increduli
e ha bisogno di respiro
(quando realmente si respira
                     se durante il viaggio
non si accettano lacrime?).
L’anarchia dell’acqua
è una cosa semplice,
si ripete onda
                          dopo
              onda

              goccia

              dopo

              goccia

per questo mi affretto
a raggiungere nuovamente il bordo,
quel bordo
                   che non si rarefà
perché bordo è nozione ed apparenza
con cui si racchiude l’immensità
lungo una forma d’arco
che calpesto
solo
io.

(…)

La bocca
              della tazza si spalanca
sulla linea di fondo
in cui si baciano i due celesti.
Vorrei prendere il suo manico
per raccogliere dell’acqua
e gettarla sulla nuca
che non ne vuole sapere
delle febbrilità della poesia.

La mia nuca è screpolata.

Non sente l’aria sfogliare
le cellule del mare
                come pagine umide,
non sente l’aria angosciarsi
dal travaglio delle variazioni
dalle variazioni di temperatura
dalla temperatura di un idioma
es ti r p a t o…

                            …che ha un tragico bisogno
d’immergersi nell’acqua.

(…)

Cara nuca,
                   l’ho fatta grossa.
Da qualche parte tra le squame bianche
dell’epidermide
                            è fuggito
                                                il sangue
di una perversione
che ho voluto racchiudere
nella tua vergogna
vulcanica.

Non mi resta che bagnarti
la nuca
             —finché sono in tempo—
             con la porzione distesa
del liquido
come quando si battezza un neonato
con un tesoro di simboli
sterili.